Il benessere del paziente passa dall’etica terapeutica?
Per rispondere a questa domanda, di non poco conto, dobbiamo prima interrogarci su cosa siano esattamente l’etica, il benessere e che legame corra con la salute, dato che di relazione tra medici e pazienti si parla.

Per rispondere a questa domanda, di non poco conto, dobbiamo prima interrogarci su cosa siano esattamente l’etica, il benessere e che legame corra con la salute, dato che di relazione tra medici e pazienti si parla.

Nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Ribaltando i termini ne risulterebbe che il completo benessere fisico, mentale e sociale equivarrebbe ad uno stato di salute. La salute dunque non come pura e semplice assenza di malattia, ma uno stato assai più complesso in cui entrano in gioco valori di benessere che riguardano il fisico, la mente e lo stato sociale. E, inoltre, tali valori sono espressi al massimo grado: il benessere deve essere completo.

Tale definizione in anni più recenti (1987) si evolve nel concetto di promozione della salute, concepita come processo grazie al quale le persone possono acquisire il controllo diretto e la gestione della propria condizione di benessere: la ricerca in tale campo evidenzia la relazione tra abitudini individuali, atteggiamento mentale e salute e la diretta relazione tra cervello e sistema immunitario. Salute e benessere sono dunque concetti, e stati, strettamente dipendenti e collegati tra loro e dipendono da una quantità di fattori inerenti alla globalità della nostra vita.

Conseguenza di tutto ciò è che il medico non è più il solo responsabile della del benessere dell’individuo non potendo che occuparsi di un solo fattore in gioco: la salute.

In dizionario Treccani, però, troviamo due significati interessanti di benessere:

  1. Stato felice di salute, di forze fisiche e morali
  2. Sensazione soggettiva di vita materiale piacevole,

Il primo strettamente legato ad una condizione fisica e morale, il secondo più attinente allo stato psichico.

Di fronte all’impossibilità di fornire concretezza analitica a concetti essenzialmente astratti in termini di possesso, si è cercata una definizione di qualità della vita e una determinazione dei bisogni in termini di privazione relativa (W. G. Runciman, D. Harvey). Un individuo vivrebbe una privazione e quindi esprimerebbe un bisogno ne momento in cui desidera) beni che solo altri possiedono. Entrare in possesso di tali beni gli consentirebbe di accrescere il suo livello di benessere.

Sempre in Treccani, per etica troviamo la seguente definizione: in senso stretto l’etica va distinta sia dalla politica sia dal diritto, in quanto ramo della filosofia che si occupa più specificamente della sfera delle azioni buone o cattive e non già di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle politicamente più adeguate. Se alla parola “azioni”, nella definizione, sostituiamo la parola “medicina” possiamo avere una generica definizione di etica per il medico: l’etica medica si occupa della sfera della medicina buona o cattiva (per distinguerle) e non già di quella permessa o proibita (protocolli, linee guida e divieti) o di quella politicamente più adeguata (desideri del paziente).

Ne discende che il medico può avere una cura squisita del paziente ma non essere affatto etico, e, al contrario, avere una cura più austera e distaccata, ma essere assai più etico. Resta inteso che il massimo sarebbe poter riunire nello stesso medico l’atteggiamento squisito ed etico insieme, ma spesso è proprio il paziente ad impedirlo.

Si potrebbe pensare che se il medico opera per la felicità del suo paziente e il paziente lo riconosce ed apprezza, il problema non si ponga.

Non è così. Perché per il medico la felicità del paziente non è un indice di valore etico. Supponiamo che un paziente richieda un intervento per cui non c’è l’indicazione. Accontentarlo significa farlo felice ma commettere una mancanza etica.

 

Non accontentarlo significherà o convincerlo che la sua richiesta è sbagliata oppure perderlo e sapere che andrà a cercare qualcuno che lo accontenti.

Se il medico avrà convinto il paziente a non farlo, sarà stato un intervento etico, ma se non ci riesce la felicità del paziente dipenderà dall’essere accontentato, e dunque per farlo felice dovrà eseguire un intervento di cui non riconosce l’indicazione. L’alternativa è dunque cadere in un comportamento non etico, oppure rifiutarsi e salvare l’etica perdendo il paziente.

La richiesta del paziente non trova indicazioni cliniche e dunque si configura come un trattamento chirurgico innecessario. Se lo si esegue il paziente sarà felice ma il comportamento non sarà etico. Dunque la felicità del paziente non è un valido parametro per valutare l’eticità di un trattamento.

Molti tendono a considerare etico far felice il paziente ma spesso il paziente non è felice di ciò che è giusto fare ma lo sarebbe di ciò che fare non è giusto. Ecco perché la soddisfazione del paziente non è un criterio valido per valutare l’eticità di un comportamento.

Ma oggi una certa corrente psicanalitica (Carl Rogers) considera il paziente un cliente. Io non so se questo sia stata la causa che ha prodotto l’effetto dell’aziendalizzazione pedissequa della medicina in generale e dell’odontoiatria in particolare, o se l’esigenza del mercato sia stato la causa più o meno consapevole dell’effetto di produrre una tale teoria, ma è certo che se si considera il paziente come un cliente allora tutto cambia. La felicità del cliente è la massima aspirazione del venditore. Se il medico si fa venditore allora il cerchio si chiude e il conflitto tra etica e mercato si risolve ma solo nell’apparenza dei termini logici.

Se sostituiamo le parole cliente e venditore con paziente e medico finiamo in un altra dimensione dove i parametri sono completamente diversi e a volte ribaltati. Accontentare il paziente non è dovere del medico ma, anzi, il medico che accontenta il paziente spesso e volentieri non è un buon medico. Le richieste del paziente sono spesso fantasie improprie, impossibili o addirittura sbagliate. Ma è ciò che lui desidera visceralmente. E se il medico non soddisfa la sua richiesta, non avrà fatto la sua felicità;  ma neppure la farà se riesce a convincerlo che la richiesta non può essere soddisfatta. Il paziente si piegherà, si rassegnerà e accetterà, ma non sarà felice.

Sempre in Treccani, per felicità troviamo: stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. La felicità è dunque un’aspettativa emozionale che trova completamento e soddisfazione nei fatti. Se l’azione etica, nei fatti, si traduce nel dare al paziente un qualcosa che nella realtà e nella emozione lui condivide, allora tutto bene. In caso contrario l’azione etica non produce necessariamente felicità né benessere. Si potrebbe dunque pensare che non sarebbe veramente etica?

Se, lo pensassimo, sbaglieremmo. Proprio perché considereremmo la cosa da un punto di vista alieno alla professione medica. Le richieste di un bambino possono essere sacrosante o capricci. Etico è soddisfare le richieste sacrosante e non soddisfare i capricci. Tutta la pedagogia basata esclusivamente sulla felicità del bambino ha prodotto disastri. Col paziente, benché su di un piano diverso, è uguale. Non tutte le richieste del paziente sono da soddisfare e facendolo si cadrebbe in comportamenti contrari all’etica. Poiché l’etica cui ci riferiamo noi è l’Etica Terapeutica. Guarire o, ove impossibile, curare al meglio. E quasi mai il paziente sa cosa sia il meglio, spesso lo capisce a spiegarglielo, ma a volte no, e se non lo capisce e il medico, per debolezza o insicurezza, tenta di compiacerlo non lo starà curando al meglio ma seguendo i capricci suoi. I capricci di un adulto sono i suoi pregiudizi che a volte sono invincibili.

Dunque la priorità non è far felice il paziente. Il dovere è curarlo e possibilmente guarirlo.

Ma allora il fine ultimo non è dargli benessere?

Si, laddove sia possibile, ma come abbiamo visto questo non è affatto certo né facile a realizzarsi, vuoi per l’impossibilità di somministrare cure miracolose vuoi per l’indisponibilità del paziente ad accettare i limiti della terapia. Quindi, in pratica, no e non è dunque questo il ragionevole obbligo del medico.

 

Il medico non è l’analista del paziente ma solo il suo medico e il fine ultimo è dargli salute, sanarlo nel corpo. Se l’aspettativa del paziente si configura come oggettivamente eccessiva,  il problema è nella mente o nell’anima; in questo caso il medico può fare ben poco se non prestargli attenzione e inviarlo dallo specialista di riferimento. Se il medico non è d’accordo con la richiesta del paziente deve dichiararlo e rifiutare di accontentarlo, il che sarà pure etico ma certamente non soddisfa la richiesta di benessere del paziente. Anzi.

Quindi la riposta al quesito iniziale, se cioè il benessere del paziente passi dall’etica terapeutica o se il comportamento eticamente corretto del medico procuri benessere al suo paziente, è no. Non necessariamente, anzi più frequentemente il paziente dovrà, dovrebbe, capire e accettare. Dunque accontentarsi, e rinunciare a quello stato di COMPLETO benessere di cui invece sempre più spesso si invoca, e promette, il risultato. Perché il medico non è uno stregone, non può fare miracoli, men che meno venderli o prometterli. E perché la medicina è limitata e non è neppure una scienza esatta.

 

 

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