Il prof. Tramonte: “I rischi del tornare a giocare sono gli stessi di prima”

31 maggio 2020

“Una delle cose che preoccupano molte persone è la ricaduta della COVID19 sullo sport. Ma non solo e non tanto, forse, sullo sport ufficiale, nazionale o internazionale, ma anche sullo sport amatoriale o personale. Certo, ci sono attività sportive assai poco o punto pericolose poiché mantenere la distanza è facile o addirittura inevitabile: tennis, golf, caccia, pesca ecc. ma ci sono attività sportive di gruppo dove mantenere la distanza è impossibile: calcio, calcetto, rugby, arti marziali ecc. allora il punto della questione è molto semplice e tutto racchiuso nella domanda: quando si ricomincia? La risposta è semplice, non lo so. Non lo so perché non è una questione medica ma politica, legata alla gestione dell’amministrazione della cittadinanza e del paese e dunque dipendente da una serie infinita di valutazioni, interessi e opportunismi che non rispondono alle reali necessità delle situazioni ma solo di qualcuno. Se invece mi chiedeste se, allo stato attuale delle cose, si potrebbe ricominciare senza pericolo allora una risposta posso metterla insieme perché la questione è di pertinenza medica, chiarendo che la medicina non è una scienza esatta e non ha risposte esatte. Prima di tutto vediamo di inquadrare il sintagma “senza pericolo”. Senza pericolo riferito ad attività umane non ha senso. Non viviamo mai in assenza di pericolo e il rischio zero non esiste per chi è destinato a nascere e morire. Dunque parliamo di rischio ridotto, accettabile. Che significa rischio accettabile? Ognuno gli attribuisce un significato personale. Io sono stato un alpinista, paracadutista, motociclista (ancora ora su strada e fuoristrada) e pilota agonistico, appassionato di viaggi avventura e amante del rischio in generale; è chiaro che la mia valutazione di rischio sarà diversa da chi ha passato la vita in biblioteca o seduto a una scrivania, eppure mi definisco prudente! Allora diciamo che ci piacerebbe sapere se, approssimativamente, il rischio che correremmo andando a fare una partita di calcetto, più o meno, è lo stesso di prima.

Per dare una risposta che abbia un certo grado di affidabilità ma soprattutto di essere metabolizzata e fatta propria da tutti, ricorrerò ad un ausilio grafico elaborato dalla Protezione Civile: il grafico dei casi totali attivi. Come sappiamo le cifre non vanno prese in valore assoluto poiché in realtà non tutti i casi sono stati censiti, ma il profilo della curva del grafico esprime molto bene l’andamento dell’epidemia in Italia. Vediamo insieme: nel grafico sono riportate le due date di inizio e fine del lockdown e questi sono i due dati che contano perché, se è vero che non possiamo sapere che profilo avrebbe acquistato la curva se il 10 marzo non avessimo “chiuso tutto” ma possiamo ipotizzare che sarebbe stato più alto e dunque con un maggior numero di casi, possiamo chiaramente vedere cosa è successo dopo che abbiamo riaperto, il 4 maggio: niente. Perfino sembrerebbe che il giorno della riapertura coincida con un “forte” ribasso, in realtà una variazione puramente casuale. Questo vuol dire che: 1) Tutti coloro che profetizzavano il disastro dopo la riapertura sono stati bellamente contraddetti. 2) l’andamento al ribasso dei casi attivi è indipendente dalla riapertura. Vuol dire che dipende dal virus e basta. Non dalle terapie più efficaci: non è il grafico dei decessi o dei guariti, ma dei casi attivi. Dunque se avessimo riaperto prima o dopo non avrebbe fatto molta differenza, probabilmente nessuna. Qualcuno potrebbe obiettare che se non avessimo riaperto la curva di discesa avrebbe potuto essere più a picco. OK, forse, ma certamente di un valore tanto minimo da non essere avvertibile graficamente poiché la curva mostra comunque un andamento molto progressivo. Questo vuol dire che il virus si sta indebolendo e perde la sua efficacia, indipendentemente dalle nostre manovre, probabilmente perché essendo i coronavirus stagionali non fa altro, anche questo, di affievolirsi e scomparire durante l’estate. Inoltre dalla riapertura sono passati 25 giorni, un tempo di sicurezza abbondantemente superiore al tempo di incubazione, vuol dire che non ci saranno impennate dei contagi. Vuol dire che la paura è passata. Vuol dire che possiamo tornare a pensare alla COVID19 come a una qualunque influenza per la quale non ci siamo mai preoccupati più dei tanto benché ogni anno facesse migliaia di morti. Certo, qualcuno si vaccinava, qualcuno stava lontano dagli infetti. Ma alla fine tutti vivevano la vita senza grandi preoccupazioni accettando il rischio teorico di essere tra quelli che l’influenza avrebbe ucciso con il giusto atteggiamento, senza preoccuparsene. Dunque, fatta salva l’obbedienza alle norme emanate o in via di emanazione, al rispetto delle vigenti leggi ed ordinanze, possiamo pensare di affrontare la vita senza paura, di andare a giocare a calcio senza paura o qualunque altro sport comporti contatti ravvicinati perché il virus se ne sta andando, perché se anche lo incontriamo non ha più la stessa forza di prima, perché incontrarlo sarà molto difficile, perché la carica virale sarà tanto bassa da non essere sufficiente ad ammalarci, e perché se anche ci ammaleremo oggi i medici sanno come curarci. Lasciamo i profeti di sventura alle loro tristi inclinazioni e torniamo a goderci la vita, ma senza contravvenire ad alcuna legge perché il rispetto delle leggi è ciò che fa di un animale sociale un uomo civile”.

Prof. Silvano U. Tramonte