Il professor Tramonte: “La speranza nel disastro Covid-19”

3 giugno 2020

“Sin dall’inizio del problema SARS-COV-2 abbiamo assistito ad una dicotomia netta e diffusissima a tutti i livelli tra catastrofismo e negazionismo. Tra coloro, cioè, che “vedevano” la catastrofe imminente, e coloro che “non la vedevano” affatto.  Per capire questi fenomeni, e sto parlando di quelli genuini, bisogna rifarsi alla psicologia dei disastri, su cui peraltro non vi tedierò, ma che in buona sostanza ci spiega che esiste uno “stress da trauma collettivo” che induce la collettività ad assumere le stesse reazione esagerate in senso positivo, negazionismo, o negativo, catastrofismo, che si determinano in un individuo sottoposto ad uno stress da trauma personale. Lo psicologo statunitense Gilbert Reyes definisce la psicologia dei disastri come un campo applicativo che riguarda circostanze in cui, un evento disastroso crea un ambiente straordinariamente stressante. Lo abbiamo visto. E letto. Si è letto di tutto e di più. Le catastrofi scatenano reazioni parossistiche definite comportamenti reattivi, non sempre razionali e coerenti, anzi, tutt’altro che possono rappresentare un elemento importante nel novero delle componenti consequenziali della catastrofe. Alla paura, si associano sintomi specifici che possono durare mesi, anni. Secondo Slovic, Fishoff e Lichtenstein (1977) gli atteggiamenti sia individuali che collettivi che spesso si registrano nei confronti di una minaccia ambientale (tecnologica o naturale) sono da una parte la tendenza alla «sovrastima» cui spesso corrispondono sentimenti di ansia e di impotenza e per contro la tendenza alla «sottostima» fino agli estremi della totale «denegazione del pericolo» (Chandessais, 1975). Tutto questo spiega abbastanza bene le reazioni incongrue ed eccessive che hanno caratterizzato la collettività in questo periodo, ma prima ho parlato di fenomeni genuini, poi ci sono quelli truffaldini di chi, per un qualche suo interesse personale, fomenta l’una o l’altra posizione ma, solitamente, quella del catastrofismo, grande leva mediatica e di massa. A questa categoria appartengono tutti coloro che trovano giovamento nel fatto che la situazione stressogena non si risolva: costoro sono quelli che grazie al disastro possono trarre un profitto o un vantaggio. E mi fermo qui, per carità di Patria.

Mi preme, però, sottolineare come, in tali circostanze, l’atteggiamento più consono possibile per affrontare il trauma collettivo da parte di chi si trova nella delicata posizione di doverlo fare, come i pubblici amministratori, o volerlo fare, come il sottoscritto, per esempio, sia quello di stemperare gli eccessi e tagliare, come fanno i distillatori, la coda e la testa: i due capi estremi del fenomeno, perché la variabilità individuale relativa alla percezione del pericolo può essere, a livello collettivo, ampiamente uniformata da una corretta informazione. Tale informazione deve prospettare contromisure adattative. Qual è dunque la morale di tutta questa lunga e noiosa, ma inevitabile per la comprensione del fenomeno, tirata? Che l’equilibrio, come sempre, è l’atteggiamento corretto e salvifico. Per mantenere l’equilibrio bisogna stare attenti ai fatti e non abbandonarsi a reazioni emotive, spegnere la fantasia che genera paura, aprire gli occhi e guardare la realtà. La realtà, oggi è che il fenomeno COVID19 si sta esaurendo. Per vederlo chiaramente, e capirlo chiaramente, bisogna guardare il fenomeno nel suo insieme, e l’insieme è il grafico che lo rappresenta, eccovelo, come sempre dalla protezione civile. Chi ha paura del lupo cattivo?”.

Prof. Silvano U. Tramonte